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ARTICOLI

Lo psicodramma: un tuffo nel mondo immaginale.
È vero che siamo tutti pazienti dell’immaginazione?

Questa domanda apre porte infinite sull’orizzonte umano. Il mondo delle immagini è un mondo sempre nuovo e da scoprire, un mondo spesso abbandonato perché non poggiato su basi empiriche e fondato sull’irrazionalità. Hillman è stato uno di quegli autori che ci ha dato molte risposte, ma ancor di più spunti di riflessione infiniti. Ci ha fatto tornare bambini e ci ha insegnato a guardare con altri occhi il sogno; da lui abbiamo appreso l’importanza della creatività e a non razionalizzare ogni cosa. Perché non prendere il sogno per come è? Perché non lasciare che ci venga a trovare senza chiederci spiegazioni? Bisognerebbe rispettare ciò che è veramente sconosciuto, ciò che non viene studiato perché creduto mera inutilità ed accoglierlo invece come un dono: un mercurio danzante, un messaggio degli dei. Oggi si cercano solamente spiegazioni fisiologiche, ciò che non ha rigore scientifico viene tagliato fuori come se non avesse nessuna valenza, come se la realtà fosse nient’altro che materialità con una causa ed un fine. Hillman si è spiegato fin troppo bene quando ha affermato che l’immagine è più reale dell’uomo stesso! L’uomo è immagine, elabora immagini, parla per immagini… come far finta che esse non ci siano o che loro stesse non abbiano vita propria? Nello psicodramma ne rintracciamo l’essenza e la potenza di questi immaginari complessi che portano allo stupore dei partecipanti del gruppo. Ognuno si confronta con questi immaginari, li percepisce e li fa propri, li affronta scontrandosi con essi fino ad una sorta di parossismo linguistico: questo è il succo, il fiore della parola quando il frutto ne è l’incomprensione! Il gioco dello psicodramma cerca di appianare queste incomprensioni, cerca di livellare le angosce ed annullare i dubbi. Tutti i partecipanti al gruppo sono fondamentali  perché ognuno con il proprio vissuto ed una propria storia.  In “le storie che curano” di Hillman si possono trovare molti spunti riflessivi.  Il racconto come cura e come terapia del ricordo, bisogna storicizzare altrimenti tutto svanisce; è come se la storia avesse il bisogno di manifestarsi, di essere re-immaginata e ri-sentita, è solo dopo averla portata alla luce che si compie una cura; la storia vuole essere ri-raccontata! All’interno del gruppo si raccontano storie celate da molto tempo e  cariche di un’emozione dai mille volti, così da far riemergere quei sapori forti, non ancora accettati, capiti e superati. Ecco allora che nasce un momento in cui all’interno della stanza tutti rivivono un’esperienza a questa associata o magari ci si immedesima proprio in prima persona ed è così che immaginari comuni attraversano tutti indistintamente. L’altro diventa il mezzo attraverso cui riconosciamo un qualcosa di noi stessi. Grazie alla parola riusciamo così ad esprimere ed incanalare l’energia e a dare forma all’immagine che ci è venuta a trovare (come direbbe Hillman), eppure molte volte capita di perversare in silenzi scomodi. Qual è il motivo?

In ogni seduta l’altro è sempre di fronte a noi, la forma circolare che formano i corpi dei partecipanti mette ognuno sotto i riflettori, guardiamo e allo stesso tempo siamo guardati: che cosa imbarazzante per il nostro Io che non potendo fare altro, si rifugia in se stesso. Gli altri siamo noi, sono il nostro specchio, il riflesso delle nostre paure e dell’incomprensibile di noi stessi. L’uomo è per sua natura un essere collettivo che è destinato ad un contatto verbale, fisico, visivo e dinamico ma ritrovandosi  “per appuntamento” e quindi in maniera convenzionale ha paura di esprimersi davanti al gruppo. Si arriva così al concetto base che è quello della paura del giudizio degli altri che in profondità e scomodo in noi, è il giudizio di noi stessi, un giudizio che proviene dallo specchio dentro di noi che ci vede seduti insieme agli altri , tra altri noi che ci guardano e giudicano ciò che vedono e sentono. Un giudice che ci guarda mentre siamo nel dubbio. A livello etologico potrei azzardare a dire che molte volte il silenzio deriva da un motivo ben più grande: l’uomo è arrivato al XXI secolo con la convinzione di essere una creatura perfetta , superiore a tutto ciò che è in natura e la paura di non poterlo dimostrare lo schiaccia nel suo silenzio. L’analisi di gruppo è una faccia nascosta delle molteplici realtà che viviamo anzi, la realtà viene vissuta e capita solo superficialmente, ad esempio nei nostri linguaggi a volte siamo surreali e si utilizzano parole che ne nascondono altre quando invece bisognerebbe confrontarsi di petto con il problema senza passare oltre. Insomma il nostro linguaggio ci dice molto più di quello che crediamo, è nel racconto che rivivono le immagini, ma bisogna stare attenti a come considerarle non bisogna stravolgerle e neanche aggrapparsi a loro  confondendole con la realtà, questo è ciò che si apprende da Hillman e che nello psicodramma prende forma e si manifesta ancor più chiaramente. È tutto un gioco di sguardi e di movimenti per cercare di mostrare quell’Io ideale o forse di nasconderlo alla vista degli altri, per imparare ad aspettare, ad elaborare prima di sputare sentenze, a digerire il tutto per poi rigettarlo nel tutto e riprenderlo per accorgersi che qualcosa è cambiato, mettersi in gioco e ascoltare l’altro, i suoi punti di vista per non ragionare a senso unico. La realtà e la fantasia sono prospettive e punti di vista che vanno calibrati ed è quando si fondono che nasce la malattia… “oggi non c’è spazio per il manifestarsi degli Dei” direbbe Jung ancor prima di Hillman. L’argomento malattia in questi casi viene sempre fuori e la domanda sorge spontanea:” perché ci si ritrova in un gruppo”? Sono malato? Esiste la malattia mentale? Dove finisce la malattia e comincia la normalità? La malattia è semplicemente un nome dato dalla paura, un’etichetta che crea distanze. Una parola fredda che gela chiunque voglia avvicinarsi. La malattia mentale è semplicemente uno stato come tanti altri, è semplicemente un modo d’essere non congeniale alla norma stabilita.  La psiche lavora in ogni momento, elabora informazioni, le rappresenta e si scopre tale e, nel suo percorso vitale, crea immagini, forme e schemi per potersi riconoscere. È per capire questo che si studiano i processi psichici come prodotto della psiche che attraverso varie strade, prendono forma in una terapia di gruppo: dal gioco dello piscodramma fino ai sogni “la via regia per esplorare l’inconscio”. Le strade che un sogno può intraprendere possono essere molteplici ed il sogno può significare una o cento cose, i personaggi che possono prendere vita possono coincidere,  nascondendo sfaccettature con significati contorti e profondi a tal punto che analizzarli e comprenderli diventa quasi un percorso dantesco tra mito, legenda, verità e fantasia. Essi contengono immagini che spesso sono fuori di noi e che non ci appartengono e che percorrono luoghi e percorsi che mai avremmo pensato di percorrere; forse conoscendo i vecchi miti saremo veramente in grado di darci delle risposte? Questo pensiero magico davvero ci porta a conoscere la verità? Eppure un tempo tutto veniva spiegato in qualche modo, tutto era chiaro, ecco che lo strumento umano riusciva a darsi delle risposte, terra = madre, paura = marte … questo era il vero stadio umano quello cioè dell’uomo di natura, regolato da leggi naturali e quindi da immagini più pure possibili che sicuramente poco avevano a che fare con la scienza, con la televisione ed il turbo-capitalismo, per non parlare di computer. Nel gioco dello psicodramma si cerca di rivivere attraverso gli altri un proprio trauma, si cerca di elaborarlo e di superare un lutto di ciò che è perduto, senza così rimanere nelle redini di quel ricordo. Non sempre però è facile perché la paura gioca un ruolo determinante. C’è bisogno di scavarsi dentro e cercare le origini del sintomo, analizzare i vari aspetti del se seguendo il famoso “conosci te stesso” di Socrate. La paura viene dal profondo di sé e l’essere a disagio in un gruppo viene dal rischio di mettere a nudo l’anima perché come il nostro corpo oggi ha bisogno degli abiti , anche la nostra anima ha bisogno di protezione e l’unica arma che ha a disposizione è quella del silenzio, dei gesti, di parole e posture. Come un abito può essere più o meno scollato e a renderlo di cattivo gusto è il modo in cui la persona stessa lo indossa, così anche le parole, in base al modo in cui vengono emesse, rendono la persona più o meno gradevole. Questo per dire cosa? Forse che è la nostra natura di uomo che organizza meccanismi in base ai quali ognuno è diverso dall’altro: un silenzio può rendere la stessa persona misteriosa, affascinante, intrigante e allo stesso tempo noiosa e povera dentro. Nel gruppo ci si affida agli altri, si scava in profondità per poi ritrovarsi attraverso una “reflexio”, un guardarsi dentro.  “Forse è il mito la chiave?” come ci direbbe Hillman. Questo mito che non appartiene solo a noi, ci viene a trovare perché è l’anima stessa che lo chiede? È possibile che questa energia ha una vita propria che si nutre e respira di mito? Questo fa si che non siamo una unità ma siamo molteplici? L’ arcaico, l’ancestrale e chissà vite passate e ancora attimi di vita vissuta intensamente, ricordi come immagini che ci portiamo dentro da chissà quale remoto passato e chissà da quale lontana parte del mondo. Tutto ciò è infernale? Reale? Immaginale? Altri mille luoghi d’ombra vengono alla mente. Forse nel sogno avvengono scontri tra titani? L’Io che vuole prevaricare sull’Es? come ci direbbe Freud, oppure l’inconscio è la parte da dominare per essere noi stessi? E ancora, come ci direbbe jung, il sogno ci compensa? Compensa ciò che ci è mancato nel diurno?

La veglia ed il sonno hanno due linguaggi differenti forse perché apparteniamo non solo alla realtà come fenomeno dei sensi e come realtà in sé posta per essere vissuta così com’è, ma perché siamo anche altro e sicuramente anche altro. La non risposta a ciò che ci aspetti dopo la morte, all’infinità dell’universo e a quella sensazione inspiegabile provata nel ripiegarsi in se stessi è la conferma di questo.
– Luigi De Amicis

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